Incertezza: un equilibrio tra osservazione e interpretazione

Incertezza, scetticismo e resistenza: tre ingredienti che rendono più robusta qualsiasi risposta ad un evento; tre variabili che trasformano la realtà, poiché in grado di generare quello stato individuale che ci consente di ricercare e trovare risposte di qualità in relazione all’evoluzione delle cose. La risposta alternativa a questi tre atteggiamenti e alla loro generatività, che la nostra mente riesce a produrre, è un “comando” di allontanamento dalla probabilità di trovare nuove soluzioni. In altri termini, “controllo e fuga” come antidoti ancestrali alla sana paura.
Le tre variabili hanno tutte a che fare, inevitabilmente, con il cambiamento. Va da sé che quando si prendono decisioni si compiono delle scelte, e le decisioni di solito sono legate alle prospettive, ovvero alle strade che ci si parano davanti. Per questo l’incertezza, in particolare, ha la funzione di farci fermare ad osservare con maggiore attenzione i futuri possibili, anticipare nell’oggi scelte e decisioni per poter vivere e/o convivere con determinati scenari.

Ma dove trova origine l’incertezza? A generarla sono davvero soltanto fattori esogeni, dati oggettivi legati al momento e alla situazione? Oppure molto è dovuto a come ciascuno di noi si rapporta ed entra in relazione con ciò che incontra? In altri termini, è davvero solo l’accessibilità ad un certo tipo di informazioni e dati che permette di prendere decisioni?

La cultura occidentale ci ha fatto credere che le decisioni corrette sono generate dall’analisi di fattori esterni,in quanto apparentemente oggettivi. Se così fosse però non si spiegherebbe, ad esempio, il fenomeno di caos comunicativo al quale stiamo assistendo in questi giorni e del quale, per certi aspetti, siamo artefici. Che l’incertezza generi alcune reazioni, infatti, è pane quotidiano di ogni soggetto consapevole: uno stato di immobilismo, uno stallo nelle decisioni, oppure l’approfondimento e la ricerca di informazioni, o anche l’annullamento dei fattori di interesse e attrattività.
Ma un fenomeno, in quanto tale, non ha al suo interno connotati emotivi, è e rimane un fenomeno. Ecco allora che la differenza la facciamo noi interpretando il fenomeno sulla base dell’effetto che ha su di noi, compiendo scelte, decisioni e azioni, magari non sempre coerenti con il fenomeno in sé, ma certamente rispondenti alla nostra interpretazione e al nostro vissuto, a maggior ragione quando questo si trasforma in un sentimento collettivo.
E’ evidente quindi che le scelte in stato di incertezza, oggi, sembrano governate unicamente dalla ricerca di conoscenza dei dati, trascurando il ruolo fondamentale dell’interpretazione delle informazioni propria e intrinseca dell’individuo.

La conoscenza di come generiamo risposte “soggettive”, interpretazioni e modalità di essere in rapporto con diverse circostanze e fenomeni osservabili potrebbe però essere la chiave per stare nell’incertezza e viverla come alleata. In tal senso, si tratterebbe di aumentare la consapevolezza del funzionamento e della costruzione del pensiero individuale e dei propri privilegiati schemi mentali.

Si parla, in altri termini, di ricercare un punto di equilibrio tra conoscenza oggettiva del fenomeno esterno e conoscenza più oggettiva del fenomeno di funzionamento del pensiero. Non possiamo infatti escludere che per ciascuno individuo esista un personale punto di equilibrio, nelle decisioni e nelle scelte, fra fattori esogeni ed endogeni.

In conclusione, la gestione dell’incertezza quale leva per la gestione del rischio, dovrebbe introdurre una maggiore valorizzazione delle modalità di funzionamento del circuito interpretativo soggettivo. La conoscenza delle modalità di funzionamento dei propri schemi di pensiero ci potrebbe consentire di trovare un punto di equilibrio utile per compiere decisioni “rischiose”, bilanciando la conoscenza tra i fattori esterni e la consapevolezza dei propri bisogni.

Scritto da:
Michela Melchiori
Senior Partner di Hermes Consulting